Tra il 16 e il 20 ottobre in Lombardia si è parlato molto di data center. Il titolo di molti articoli suonava come un allarme. Il contenuto della lettera che 52 sindaci della città metropolitana di Milano hanno inviato alla Regione è un’altra cosa.
Che cosa hanno scritto i sindaci
I firmatari sono più di un sindaco su tre tra i 133 comuni dell’hinterland milanese. Non chiedono di fermare i data center. Chiedono di essere coinvolti nella revisione della legge regionale e indicano cinque punti:
- criteri chiari su dove si possono insediare;
- una valutazione degli impatti cumulativi, compreso il consumo di suolo e la qualità della vita;
- tutela delle risorse di energia e acqua e gestione del calore prodotto;
- compensazioni trasparenti per i territori che ospitano gli impianti;
- poteri di pianificazione a Città metropolitana e Province, con un coordinamento sovracomunale più forte.
Aggiungono una richiesta alla Regione: sostenere questi temi con il governo, perché le competenze autorizzative, per i progetti sopra certe soglie, non sono del Comune.
Una legge c’è già
La Lombardia è stata la prima regione italiana a dotarsi di una legge sui data center, la L.R. 11 del 3 giugno 2026. Indica priorità precise: aree dismesse, energia a basso impatto carbonico, recupero del calore, raffreddamento che eviti l’acqua potabile o irrigua. Oltre i 10 MW l’intervento ha rilevanza sovracomunale; sopra i 50 MW decide la Regione.
I sindaci, però, sostengono che il loro appello di maggio non sia stato recepito nel testo finale. Per questo chiedono una revisione.
Perché la questione è reale
Secondo L’Espresso (29 settembre 2026), nel 2024 la Lombardia ospitava 67 dei 168 data center operativi in Italia, e raccoglie circa il 63% delle richieste di nuovi insediamenti. A Rho, per fare un esempio citato dallo stesso articolo, un solo progetto prevede una connessione elettrica da 90 MW.
Le richieste di connessione a Terna raccontano la stessa pressione: 342 domande per 55 GW a livello nazionale, di cui 210 domande e 30,2 GW in Lombardia (Il Sole 24 Ore, 26 agosto 2025). Secondo la lettera dei sindaci, queste richieste superano di molto la domanda reale e questo apre un rischio di speculazione.
Qui sta il punto. Una richiesta di connessione non è un data center costruito. Per un territorio la differenza tra le due cose è la differenza tra un’informazione e una paura.
La paura si sposta, il risultato è lo stesso
Vent’anni fa la paura erano le antenne dei cellulari sul tetto del condominio. Oggi sono i data center. Il meccanismo è identico: vogliamo il servizio, ma non vogliamo vedere l’infrastruttura. Usiamo ChatGPT ogni giorno, ma il server non deve stare nel nostro comune.
La risposta dei sindaci è quella giusta, e vale la pena notarla: non è un no, non è uno slogan. Sono numeri, criteri, compensazioni, responsabilità.
Che cosa c’entra con una PMI
Dentro un’azienda succede la stessa cosa, in piccolo. Quando introduci l’AI, la paura delle persone non sparisce perché la chiami “innovazione”. Si gestisce in un modo solo:
- spiegare che cosa cambia e che cosa no;
- misurare l’impatto con numeri, non con impressioni;
- coinvolgere chi ci lavora prima della decisione, non dopo.
È lo stesso metodo che chiedono i sindaci alla Regione. Le infrastrutture cambiano. Il metodo no.
Fonti: Il Giorno, 20/10/2026 e 16/05/2026; Osborne Clarke, 09/06/2026; L’Espresso, 29/09/2026; Il Sole 24 Ore, 26/08/2025.
